episodio 22. straniero

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  un presepe nel garage, e i tuffi in pancia.

questo è l’ultimo episodio di podkasbaht. non è neanche per il ritardo clamoroso con il quale ormai faccio gli episodi. le cose da dire non mancano e il tempo in realtà neppure. è proprio che è venuto il momento di cambiare. continuerò con un altro progetto, per adesso c’è solo qualche idea, vedremo cosa ne verrà fuori. e poi sto lasciando l’india, e con lei un pezzo importante di vita.

è vero che sono stato silente per vari mesi, ma non mi andava di chiudere podkasbaht senza un ultimo episodio e così, questo è venuto fuori come l’ultimo, come  quello dove volevo condensare tutte le cose non dette. sono un paio di episodi che sono successi negli ultimi mesi. non ero riuscito a parlarne prima, li ho lasciati lì a sedimentare, aspettando di riuscire a farne qualcosa. ecco cosa ne è venuto fuori. i due racconti stanno un po’ appicciati con lo sputo, si riferiscono a fatti realmente accaduti (come sempre) e nella fattispecie sono fatti dei quali non vado molto fiero e che mi creano qualche problemuccio. forse è per questo che non sono riuscito a parlarne prima. in ogni caso, se avete tempo da buttare, ascoltateli. alcuni commenti:

  1. per la prima volta ho usato per metà musica da jamendo. la cosa non vi dirà nulla, ma per me è stato già un bel risultato. conto di migliorare in futuro con l’utilizzo di musica da piattaforme di questo genere.
  2. il riferimento a “birra e pannolini” al supermercato è un piccolo riconoscimento del mio passato: c’era un tempo nel quale studiavo algoritmi per trovare patter frequenti, regole associative e altra roba esoterica nascosta in grandi database. a chi chiedeva a cosa servisse tutto ciò, veniva detto che questi algoritmi permettevano di scoprire informazioni come: “il venerdi sera chi compra al supermercato pannolini comprerà anche birra”. ovviamente le applicazioni erano anche e soprattutto ben altre, ma questo era un esempio che per qualche strano motivo ricorreva spesso. almeno fino a quando non è venuto fuori che la storiella non era vera…
  3. l’ultima frase (accidenti a me) doveva essere una citazione da una lettera di san paolo (ai corinzi? o ai romani? mah!) ma non me la ricordavo abbastanza da metterla davvero. e poi alla fine non è che fosse ‘sta gran citazione. quindi niente, resta un po’ li appesa al nulla.

ecco, direi che questo è tutto. grazie a tutti quelli che mi hanno ascoltato. 

vivo in una crepa del tempo sul bordo del mare. sono l’unico abitante, o comunque il più vivo. mi dedico all’attesa professionista di un mondo migliore. per il resto, sto accovacciato sulla spiaggia a guardare l’orizzonte, l’immenso azzurro niente che ho davanti. mi ripeto che un giorno saprò farene qualcosa, per ora lo tengo per me, che non è poi neanche poco.

ci sono nuvoloni carichi di pioggia all’orizzonte e sento una sensazione strana addosso. un giramento di testa continuo, come di sottofondo. tecnicamente dicono che sia una depressione tropicale. non tanto nel senso della condizione psicologica ma in quello della condizione climatica. sta per arrivare un ciclone. ha pure un nome, nisha, tanto per mettere in chiaro che non sarà roba da poco. inizia a piovere quasi distrattamente uno o due giorni. con un po’ di vento. la gente che ha una casa ci si chiude dentro, chi non ce l’ha resta fuori, cercando riparo sotto una tenda improvvisata con sacchi della spazzatura. chi ha una casa ma non ha fatto scorte di “birra e pannolini”, come il sottoscritto, esce all’aperto, per una missione rapida al supermercato, prima che arrivi nisha.

in strada trovo i soliti bambini delle famiglie che abitano intorno a noi. sarebbero i nostri vicini, se si possono definire “vicini” persone che vivono nella fogna accanto a casa tua. comunque diciamo che incontro i figli dei vicini che sbraitando allegramente mi intercettano chiedendomi qualche spicciolo per un loro progetto che non riesco a capire. mi fanno dei segni strani, come per dire che io dovrei sapere per cosa mi chiedono i soldi, ma io non capisco, per fortuna davvero, e tiro dritto con un sorriso sincero solo a metà. piove sempre più forte.

al solito angolo di strada dove si trova sempre qualcuno accovacciato, vedo un mucchietto di stracci più disordinato del solito. c’è qualcuno sotto, è chiaro. si muove vagamente, quindi è ancora vivo. passo distrattamente oltre, il mio cinismo scalzo ha fatto un duro callo a furia di camminare per queste strade dissestate. vado diretto dove devo, compio la mia missione e torno indietro, carico del mio bottino di scorte per l’emergenza che si preannuncia. ripasso dal solito angolo di strada, con disinvolta abitudinarietà, resa ancora più frettolosa dalla pioggia e dal carico. passo veloce, sperando di non trovare più nulla che sia li a farsi guardare inerme. il mucchietto di stracci si è mosso un poco, si è girato su un fianco, scoprendo un pezzo del corpo. si intravede il busto, la pelle grinzosa. è una donna, anziana. muove una mano, stancamente. non ho mani libere e non mi fermo, vado diretto a casa, scacciando rapidamente dalla testa l’immagine della miseria bagnata di una povera vecchia che durante il ciclone cerca inutilmente di ripararsi sdraiata sotto un ombrello.

quando arrivo sotto casa, trovo ad aspettarmi i due ragazzini di prima. stavolta non vogliono soldi ma vogliono mostrarmi il loro progetto, realizzato non so come visto che non credo nessuno gli abbia dato dei soldi nel tempo che ci ho messo ad andare e tornare dal supermercato. capisco improvvisamente perchè pensavano che avrei dovuto immedesimarmi: è un delizioso presepe natalizio fatto con legnetti raccattati da terra, un po’ di foglie e delle vere statuine, probabilmente “prese in prestito” dalla vicina bancarella. mi chiedevano i soldi giusto appunto per evitare di andare in prestito. in ogni caso adesso mi mostrano fieri il loro capolavoro, che effettivamente merita.

la pioggia nel frattempo aumenta. piove da ore a scroscio, senza interruzione. mi domando come faranno i canali di scolo a smaltire tutta questa acqua e infatti, ben presto, i canali di riempiono e l’acqua non defluisce più. inizia l’allagamento. prima l’acqua sale, quasi compostamente. poi senza rendersene conto tutta la strada è sommersa per quasi mezzo metro. il canaletto della fogna è stato il primo a saltare, allagando la tenda dei nostri vicini. per la precisione, il loro riparo se l’è proprio portato via. hanno appena fatto in tempo a raccogliere qualcosa dentro un sacchetto di plastica e sono dovuti venire via per non finire sommersi loro stessi. si stanno riparando sotto un cornicione davanti a casa mia. il cornicione ovviamente non fa nulla, c’è acqua ovunque. li invito quindi ad entrare nel nostro garage che è ancora all’asciutto. una donna ha in braccio un bimbo di meno di un anno avvolto in un panno fradicio. le dico che possono passare la notte qui nel garage.

la notte passa agitata. delle tante cose che turbano i miei sonni delicati, il vento è una delle più violente e stanotte è veramente forte. acqua e aria a scroscio scompigliano i miei pensieri. sogno un gattino minuscolo che salta sugli scogli in riva al mare, evitando accuratamente l’acqua. poi improvvisamente vedo il gattino tuffarsi e sparire tra due rocce. per un istante ho un impulso di rassegnazione e sto per andarmene. poi però all’improvviso mi lancio per andare a ripescarlo, lo vedo sott’aqua, immobile. butto una mano e lo ripesco, appena in tempo per sentirlo tossire fuori un po’ dell’acqua che ha bevuto. è ancora vivo, ha rischiato la vita ma andando subito a ripescarlo il gatto si è salvato. vorrei tenerlo con me, ma la vita che non ho lasciato si perdesse sott’acqua non è mia. appoggio il gatto sugli scogli, si scuote intensamente, tossisce un’ultima volta e se ne va. se non farà attenzione, rischerà di cadere un’altra volta.

i corvi mi svegliano come al solito con il loro gracchiare sguaiato. non mi piacciono questi uccellacci. mi alzo e mi avvicino alla finestra, sperando di riuscire a mandarli via. per fortuna se ne vanno da soli prima che arrivi e quando sono davanti alla zanzariera vedo sull’albero di fronte due martin pescatori di un blu azzurro quasi accecante. sono meravigliosi, e volano via appena mi sentono spalancare gli occhi, lasciandomi solo con una sensazione di vaga gratitudine per essersi lasciati guardare, anche solo per poco. mio figlio mi chiama, vuole fare i “tuffi in pancia” come dice lui, che sarebbe un gioco molto poco adatto per chi ha il risveglio lento come me. in pratica io sto sdraiato sul letto e lui si butta, si tuffa, su di me, sulla mia pancia, i tuffi in pancia, appunto. benedico il cielo ogni secondo per questi momenti di gioia pura.

scendo in strada per controllare la situazione. l’acqua è andata via, i vicini che ho ospitato nel garage sono silenziosamente tornate fuori, senza che gli abbia detto niente nessuno, leggeri come sono arrivati, con indosso solo due stracci e un immenso sorriso. fuori si raccolgono i resti del ciclone. alberi caduti, case crollate, ma tutto sommato non è andata malissimo. poi lo vedo. poco lontano dalla nostra casa vedo un poliziotto che parla con una persona accovacciata accanto ad un lenzuolo bianco, disteso con precisione su un corpo, morto. il lenzuolo è nel punto dove il giorno prima ho visto la vecchia, quella che sembrava stesse morendo e che si riparava dalla pioggia accovacciata sotto un ombrello rotto, senza forze. i suoi ultimi respiri non li ha ascoltati nessuno. quando stava morendo non c’era nessuno a guardarla. non dico a salvarla, ma anche solo a starle seduto vicino. il suo corpo da viva non meritava neppure un vestito e la carne nella quale ancora scorreva il sangue si afflosciava nuda sul fango della strada. la morte le ha portato un vestito bianco, un amico che la veglia, un poliziotto che si occupa di lei e un passante incuriosito. come è successo che riusciamo a tirare fuori tutta questa attenzione per la morte quando per la vita abbiamo solo indifferenza? come è successo che la morte debba essere più degna della vita?

***

c’è una cordicella tesa che attraversa tutta la spiaggia, dalle palme fino al mare. è una sottile linea gialla che separa noi da loro. noi non possiamo andare di là e loro non possono venire di qua. è una  corda fragile retta da due bastoncini. basterebbe un soffio di vento per buttarla giù, oppure un piccolo salto per scavalcarla. ma nessuno lo fa, nessuno passa dall’altra parte per la semplice ragione che le linea sapara noi che stiamo di qua da loro che stanno di la. o quasi. in realtà ogni tanto qualcuno di loro prova a passare, facendo l’indifferente arriva fino qui da noi, come se fosse uno di noi. ma poi appena arriva qui lo si vede subito che è diverso e che qui da noi non ci sa stare. quindi viene rispedito da dove è venuto, oltre la linea gialla. anche a me una volta è successo di attraversarla per andare di la. ero infuriato con uno di loro che era venuto di qua e si era comportato male, come è ovvio. l’ho rincorso, volevo dargli una lezione, fargli capire che non si scherza con noi. accecato dalla rabbia ho scavalcato la linea gialla senza pensarci e gli sono andato dietro, fin dentro il villaggio. ho trovato solo donne e bambini. non capivano cosa ci facessi li. neanche un uomo, neanche un ragazzo. mi arrabbio ancora di più perchè tutti fanno finta di non capire. poi nel silenzio della giungla, lontano dal rumore delle onde del mare, arriva una moto con due uomini sopra. mi guardano, li guardo. la mia vita è appesa ad un filo, ad una sottile linea gialla. capisco che potrebbe essere la fine. mi vengono in mente tutte le storie che mi hanno raccontato di qualcuno di noi che era finito li da loro e che non è più tornato. mi ricordo improvvisamente un libro di terzani dove il giornalista racconta di essersi salvato la vita davanti al mitra di un soldato con l’unica arma che aveva in tasca: un sorriso. sorrido, come posso. viene fuori un’espressione idiota, che forse è proprio ciò che mi salva. gli uomini sulla moto ripartono. mi giro e torno indietro incredulo che la mia vita possa essere stata sospesa ad un filo, ad una sottile linea gialla.

***

i grandi uccelli oggi sono passati in alto, volavano verso nord. è un segno che il tempo sta cambiando. i tempi stanno cambiando, e io comincio ad invecchiare. parlandone con il mio corpo proprio l’altro giorno, mi ha fatto chiaramente capire che non era più questione di spingere ancora, che lui ha smesso già da un po’ di spingere. dice che continuerà a restare cosi’ ancora per un po’, poi inizierà a mollare. su questo è irremovibile, dovrò farmene una ragione. l’ho ascoltato con pazienza, il mio corpo, in fondo ci conosciamo da una vita. glielo devo. prima ancora che me lo chiedesse, gli ho detto: “e’ giunto il tempo anche per noi, seguiremo il volo di quegli uccelli, verso nord”. è già tutto pronto, domani lasceremo questa spiaggia. un mare da osservare lo troverò anche a nord. sarà forse più freddo, ma a me basta che sia un mare. un giorno, a dio piacendo, tornerò da voi.


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