ogni bambino conta, contiamoli bene

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Da qualche tempo in Italia gira un dato sbagliato che oramai è stato “sdoganato” e viene ripetuto ossessivamente senza che nessuno, apparentemente, si preoccupi di verificane l’esattezza. Lo si ritrova in comunicati stampa di organizzazioni varie, citato come premessa di iniziative parlamentari e addirittura governative. Il numero in questione riguarda il numero di bambini in stato di abbandono nel mondo. Dire, come si sente, che i bambini abbandonati sarebbero oltre 160 milioni è sbagliato e forviante.Questo dato purtroppo non è noto e non è presente in nessun rapporto di nessuna organizzazione internazionale. I dati che invece sono noti, anche se approssimati, riguardano il numero di bambini orfani di almeno un genitore, condizione assai diversa dall’essere abbandonato.

Secondo il rapporto di USAID “From Strong Beginning to Youth Resilience“, pubblicato in Agosto 2013, il numero di bambini (0-17) nel mondo che hanno perso almeno un genitore ammontava a 151 milioni nel 2011 (prima riga della tabella a pagina 4). Un dato simile è stato pubblicato recentemente da UNICEF nel suo rapporto annuale sullo stato dell’infanzia nel mondo, lo State of the World’s Children Report, Gennaio 2014, riporta (tabella 4 pagina 57) che la stima di questo numero per il 2012 è di 150 milioni. La diminuzione rispetto al 2011 sembra più essere dovuta all’incertezza su questi numeri che ad un qualche progresso, ma tant’è.

Questi bambini appartengono alla categoria di bambini “vulnerabili” ma non sono bambini necessariamente adottabili in quanto questo numero comprende bambini che hanno l’altro genitore e bambini che vivono comunque in una famiglia allargata. Il dato dice chiaramente che ci sono molti bambini che necessitano di protezione, ma non necessariamente si tratta di bambini abbandonati per i quali l’adozione potrebbe essere la giusta risposta.

come dice il rapporto di UNICEF, “ogni bambino conta”. Per fare il loro e non il nostro interesse, contiamoli bene.

 


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Riforma della cooperazione italiana

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L’attesa riforma della legge sulla Cooperazione allo Sviluppo arriverà oggi in Consiglio dei Ministri.

E’ indubbiamente un buon risultato da salutare con soddisfazione. La legge attualmente invigore, la 49/87, è ormai obsoleta da tutti i punti di vista. Basterebbe dire che al momento dell’approvazione di quella legge esisteva ancora il Muro di Berlino per rendere l’idea di quanto necessaria fosse una riforma. Quasi 30 anni di anzianità sono troppi per una norma che regola un settore in così profondo e rapido mutamento.

Le ONG italiane hanno partecipato da sempre al processo di revisione della legge, con proposte e raccomandazioni ai diversi interlocutori politici che in questi decenni si sono susseguiti. Nella scorsa legislature si era arrivati molto vicini ad una riforma portata avanti dal parlamento sulla base della proposta bi-partisan Tonini (PD) Mantica (PDL).
Il governo Letta ha ripreso in mano la riforma per arrivare ad una proposta preparata per il governo dal sottosegretario Pistelli.

Le ONG hanno espresso le proprie popsizioni in una lettera aperta pubblicata  recentemente, lettera nella quale sono stati identificati 8 punti principali. Aspettiamo il testo definitivo della riforma per valutare se queste posizioni siano state recepite o meno e in che misura.

Questo risultato mostra chiaramente che la cooperazione non è un lusso da ricchi (che quindi si fa solo quando stiamo bene) ma un’esigenza dettata dalle moderne dinamiche relazionali tra paesi: “io coopero quindi sono”. Non è un caso che il nuovo Ministero degli Affari Esteri si chiamerà Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.
Una cooperazione forte per uno stato moderno è importante tanto quanto un’economia
in crescita e tanto (o forse più) di un esercito potente.


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