in the last nine months my son, pietro, has been carrying a baby. at least, that’s what he said. he also said the baby’s name was silvio (don’t ask why…). now, on may 6th 2009 at around 7pm, the baby was finally born. as a coincidence, at the same time on the same day, a little baby girl was also born. her name is matilde. since we already had to have some more space for silvio in our family, with a little extra effort we managed to have enough space for matilde as well. the five of us now live happy together.
questo è l’ultimo episodio di podkasbaht. non è neanche per il ritardo clamoroso con il quale ormai faccio gli episodi. le cose da dire non mancano e il tempo in realtà neppure. è proprio che è venuto il momento di cambiare. continuerò con un altro progetto, per adesso c’è solo qualche idea, vedremo cosa ne verrà fuori. e poi sto lasciando l’india, e con lei un pezzo importante di vita.
è vero che sono stato silente per vari mesi, ma non mi andava di chiudere podkasbaht senza un ultimo episodio e così, questo è venuto fuori come l’ultimo, come quello dove volevo condensare tutte le cose non dette. sono un paio di episodi che sono successi negli ultimi mesi. non ero riuscito a parlarne prima, li ho lasciati lì a sedimentare, aspettando di riuscire a farne qualcosa. ecco cosa ne è venuto fuori. i due racconti stanno un po’ appicciati con lo sputo, si riferiscono a fatti realmente accaduti (come sempre) e nella fattispecie sono fatti dei quali non vado molto fiero e che mi creano qualche problemuccio. forse è per questo che non sono riuscito a parlarne prima. in ogni caso, se avete tempo da buttare, ascoltateli.
it was not really black, i have to say. otherwise, instead of the unimportant post that i am writing right now, i’d have published something different. however, gray, it was only gray and only because i didn’t have much time. nothing more. but, since a couple of friends - actually exactly two, just enough to use the plural - have asked me what was going on and why i was not posting anything in the last weeks, here i am, with my latest updates from india.
what has happened while i was grayed out of the blogosphere? a couple of nice things that i like to share with you now:
in giro per il tamil nadu del sud durante il pongal, la festività del raccolto, festa più importante del sud dell’india.
il viaggio è iniziato a mamallapuram, dove una simpatica scimmietta ci ha ricordato che, magari non l’anima, ma in fatto di gusti abbiamo sicuramente molte cose in comune.
il resto della vacanza è proseguita a madurai, nel perco di peryar (a caccia di tigri), a tanjore, trichy di passaggio a chidambaram e poi di nuovo a pondy.
non mi piace tanto parlare di questoni tecniche, ma in questo caso faccio un’eccezione. siete quindi tutti avvertiti: gli allergici alle tecnicaglie, saltino questo post!
quest’anno ho voluto fare il figo e il capodanno sono andato a passarlo nel deserto del kutch, al confine tra india e pakistan (no, non quel confine dove si stanno preparando a fare la guerra). pensavo di trovare solo sassi e arbusti, che peraltro non sono mancati, e invece è stata anche e soprattutto una continua scoperta di come la bellezza si nasconda, talvolta, nei luoghi più impensati.
innanzitutto, per quanto aspro possa essere un luogo, quando ad accoglierti trovi un gruppo delle bambine che gettano in aria dei fiori ti senti già più che a casa tua, ti senti “troppo onorato”, ti senti che “davvero l’avete fatto per me, uno straniero di passaggio che vedrete oggi e poi mai più?”. un popolo che sa accogliere gli stranieri, per quanto possa essere povero, mi sembra già più avanzato di quello a cui appartengo e dal quale un giorno tornerò.
i villaggi di questa zona di mondo sono popolati da quasi un millennio. la gente si è sempre dedicata agli animali, alla terra e alle produzioni artigianali. nel 2001 un terremoto violentissimo ha quasi distrutto tutto quel poco che c’era e decimato la popolazione. da allora ad oggi si è ricostruito molto, ma i veri benefici sono ovviamente finiti nelle mani di grosse società che hanno saputo sfruttare gli aiuti per la ricostruizone meglio della gente dei villaggi che oggi non trova lavoro nelle grosse fabbriche che sono sorte dopo il terremoto perchè la manodopera viene tutta da fuori. si arrangiano quindi producendo carbonella da un arbusto che cresce in abbondanza, o coltivando piante dai cui semi si ricava olio. comunque poca roba. eppure hanno delle mani d’oro. stoffe decorate con spechietti e perline dorate, tele tessute a mano.
questo vecchio cieco e sordo nella sua vita non ha mai fatto altro che tessere al telaio. le sue mani sanno muoversi con destrezza su questo strumento antico guidate solo dall’esperienza. io con entrambi gli occhi e una guida che mi fornisce spiegazioni non riesco neppure a capire come si sta muovendo.
nel deserto non manca l’acqua. il villaggio di lodai sorge accanto ad un antico santuario che a sua volta si trova vicino ad un grande stagno. lo stagno è sacro e cosi’ lo sono i suoi abitanti: immensi pesci gatto che si avvicinano voraci a chiunque gli porga un po’ di cibo. vederli uscire dall’acuqa con fare minaccioso è uno spettacolo che non si dimentica.
davide, un amico italiano che vive a pondicherry, mi scrive un racconto natalizio che, con il suo permesso, pubblico qui, come regalo per i miei 4 lettori. il suo nuovo blog, oltre a questo, immagino ospiterà a breve nuovi racconti. non perdeteli. auguri. p.
“Sarà un Natale di lavoro. Ma in questi giorni mi invidio lo stesso.
Alessandro sta girando un documentario nel sud dell’India e io lo accompagno. Abbiamo conosciuto un bambino di nome Davide Raj (Re Davide). Ha dodici anni. Vive in uno slum di Madurai, in Tamil Nadu.
giorni fa il nostro impianto elettrico ha fatto pum! pare che si sia bruciato un cavo sotto terra, troppo piccolo per reggere il nostro carico. non chiediamoci perchè il contatore e i fusibili non si sono lamentati mentre il cavo che arriva dalla centrale si, diciamo che almeno ho salvato i fusibili la compagnia elettria è venuta però subito e dopo mezz’ora appena aveva già identificato il guasto e reso nagibile l’ingresso di casa.
a parte l’incoveniente di dover volare per entrare in casa (che seccatura ogni volta dover tirare fuori le ali e spiccare il volo ad almeno ad un metro dal suolo), ho scoperto che i cavi sono interrati direttamente a contatto con la terra, nelle giunture stanno racchiusi in uno scatolotto di metallo sigillato con la pece. la pece… quella delle favole che racconto a pietro. e chi l’aveva vista mai, prima solida, poi fatta bollire sul fuoco e infine colata sui cavi? quasi quasi mi sono commosso respirando la nube tossica che si è generata mettendo sul fuoco l’orrenda sostanza. pietro da parte sua ha imparato una parola nuova. quasi giusta.
viaggiando spesso, capita di vedere tanti hotel, in tanti paesi diversi. spesso decenti, sobri, raramente di lusso (ma non troppo), soprattutto nelle mie vite precedenti. sempre c’è una lista di cose che non vanno o che potrebbero essere migliori. una lista di desiderata che vorrei sottoporre al direttore per dargli qualche consiglio su come far diventare il suo hotel il posto dei miei sogni (non ci vuole molta fantasia per immaginare che la lista in realtà resta nel segreto del mio cuoricino…). beh, oggi a bangalore sono finito nella migliore approssimazione dell’albergo dei miei sogni. in ordine sparso: camera grande ma non troppo, bagno pulito e funzionante con doccia che getta acqua in basso e non sul muro, servizio colazione/pranzo/cena solo in camera (buono ma un po’ pesante il passato di aglio agli spinaci), piccola cucina (!), lettore DVD con schermo al plasma (!!) e connessione a internet wi-fi 1M inclusa nel prezzo e illimitata (!!!).
e c’è pure una botteguccia qui davanti che vende tutte le cose che mi scordo sempre (schiuma da barba, dentifricio e/o spazzolino, etc…).
mancherebbe giusto una birretta, ma se il 53% delle donne americane è disposta a stare senza sesso pur di avere una connessione ad internet, potrò ben resistere io qualche giorno senza birra, no? non lamentiamoci, intanto son connesso.